CRONACHE DA SPARTA


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Mi sono innamorato del progetto che rilancia l’immagine di Taranto come unica città al mondo fondata dagli spartani da subito, appena me ne hanno parlato la prima volta. Anche l’idea del gemellaggio tra Taranto e Sparta mi è piaciuta moltissimo.

Era quindi naturale che fossi felicissimo di sapere che a Taranto si sarebbe corsa la mitica Spartan Race. Ed è proprio perché ho sostenuto così tanto questo progetto, che ho creduto fosse un mio dovere, quantomeno per coerenza, partecipare in prima persona a questa manifestazione. Prima da volontario e poi da corridore.
E così è stato.

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Sono le 15.40 di un giorno di fine ottobre ed ho appena finito il mio servizio di volontario “Spartan Support” che mi ha impegnato dalle 6.30 del mattino. Sono pronto per partire per la mia esperienza alla prima Spartan Race organizzata a Taranto. La corsa a ostacoli più difficile e più importante del mondo è alla mia portata e, ancora prima di cominciare, già mi pone davanti ad un ostacolo. Bisogna oltrepassare una parete di legno solo per presentarsi sulla linea di partenza. Lo faccio e comincio il riscaldamento pre-gara.

La Spartan Race non è una competizione. La Spartan Race è uno stato mentale.
Ma lo capirò solo più avanti.

Per comprendere la Spartan Race, devi correre la Spartan Race.

Sono le 15:45 e il conto alla rovescia comincia, implacabile: 10, 9, 8, 7, 6, 5, 4, 3, 2, 1… Si parte.
Ero indeciso fino all’ultimo momento se partecipare o no, ma ormai ci sono. Sono già partito.
Inizio a correre e, essendo assolutamente privo di un adeguata preparazione, comincio subito a sentire la fatica già dai primi ostacoli presenti sul percorso. Però non mi fermo e vado avanti.
Accanto a me, un ragazzo si trova nella stessa condizione e, inevitabilmente, ci troviamo a correre accanto. Restiamo un po’ indietro, rispetto al resto del gruppo, ma la cosa non ci scalfisce nemmeno. Perché, proprio in quel momento, comincio a percepire il vero senso di quella gara.
Ci troviamo ad affrontare diverse prove abbastanza dure e poi collinette scivolosissime che ti catapultano in vasche di acqua e fango, da cui si esce solo tentando di arrampicarsi su altre collinette di fango che non hanno il minimo appiglio. Eppure, ne superiamo 4. In molti casi ci aiutiamo a vicenda come, subito dopo, davanti ad una parete di legno di circa 2 metri. Uno aiuta l’altro a superare l’ostacolo.
Ecco, adesso mi è chiaro. Quando corri una gara come questa, non sei in competizione con nessuno veramente, ma solo con te stesso. E’ contro i tuoi limiti che stai lottando. Il tuo unico avversario è la tua mente che continua a dirti “molla tutto, tanto non ce la farai mai“. Ed è lì che ti incaponisci e vai avanti e, come per incanto, sei tu stesso il primo a sorprendersi.
Ma, dopo aver trasportato secchi di pietre su salite e discese, scavalcato palizzate scivolose ed esserti arrampicato su reti di corde per superare delle costruzioni militari, improvvisamente… il mare!
Si tratta di attraversare, con l’acqua che arriva fino al petto, quasi 400 metri di mare freddissimo, con il fondale fangoso dove affondi ad ogni passo e devi evitare scogli molto alti che, a causa dell’acqua molto torbida, vedi solo all’ultimo momento. Sono devastato dai crampi e continuo a sbattere sugli scogli, ma i miei compagni d’avventura non smettono di incoraggiarmi e faccio lo stesso io con loro, voltandomi ogni tanto per chiedergli se va tutto bene e per incitarli a proseguire. Sono intirizzito dal freddo, perché sono ormai quasi le 18:30 ed il sole è tramontato ed ho già percorso oltre 6 chilometri. Ci sono le moto d’acqua della polizia che ci seguono passo passo e ci incoraggiano anche loro. E così arriviamo finalmente alla riva. Ma non è finita.
I volontari sparsi sul percorso, dopo averci fornito dell’acqua ed una banana (per reintegrare il potassio) ci guidano verso altri ostacoli da superare e io ho ormai le lacrime agli occhi, perché sono devastato dai crampi. Ma non riesco davvero a pensare, nemmeno per un momento, ad arrendermi e a mollare l’impresa. Eppure chi me lo fa fare? Non è importante, non ci penso nemmeno più.
Arrivo finalmente davanti all’ultimissimo ostacolo prima del traguardo. Si tratta di superare una parete di ferro inclinata a 45 gradi, tirandosi su con una fune. Ci provo la prima volta, ma quando sono in cima e devo passare le gambe dall’altra parte, perdo aderenza con le scarpe e scivolo in basso. I crampi sono davvero insopportabili, ma sono arrivato, non posso mollare.
Ci sono dei ragazzi nel parcheggio che stanno lasciando il parco per tornare a casa e si fermano lì solo per incoraggiarmi. Mi incitano a non mollare e a riprovarci. Lo rifaccio e cado ancora. Ci sono altri concorrenti che hanno appena superato l’ostacolo e si fermano per tendermi la mano e tirarmi su. Ma anche il terzo tentativo non finisce bene e devo mollare. I crampi sono fortissimi e non posso in alcun modo effettuare i “burpees” di penalità (30 flessioni con piegamento sulle gambe per ogni flessione). Quindi vengo “graziato” dai giudici (non sono un professionista e non ho un fisico da atleta, d’altra parte) e procedo verso il traguardo che è lì a pochi metri. Accolgono me e il mio compagno di gara come se avessimo effettuato chissà quale impresa. Solo perché abbiamo completato il percorso. Capisco solo dopo il significato di tutto.

Il bello della Spartan Race è proprio quello. Stai sfidando i tuoi limiti e quelli che corrono con te stanno facendo la stessa cosa. Ecco perché capiscono perfettamente cosa stai provando e a cosa stai pensando e sono pronti ad aiutarti o ad accettare il tuo aiuto quando glielo offri.
Il senso profondo della compassione è proprio lì:

comprendo profondamente quello che provi ed è per questo che non ti mollo.
Se vinci tu, vinco anche io
“.

Ecco. Mi piacerebbe che questo fosse il pensiero costante di ogni persona nella vita quotidiana e non si limitasse ad una competizione.
La Spartan Race dovrebbe essere come la scuola dell’obbligo, almeno per noi tarantini, che non siamo proprio abituati a questi pensieri di condivisione e compartecipazione che ci porterebbero, uniti, al traguardo che tutti quanti noi abbiamo in comune, chi più consapevolmente e chi meno: splendere e far splendere questa città, la città più bella del mondo, TARANTO, l’unica città spartana al mondo.
Adesso comincio a preparami. Ci sarò ancora l’anno prossimo e voglio fare bene.

– Vincenzo Pirlo –

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